non per fare polemica, ma eravamo soli in sala

ebbene, alla fine ci siamo andati.
siamo arrivati in ritardo, c’era una coda che occupava tutto il cinema, ma
ce l’abbiamo fatta
.

i secondi che ticchettano minacciosi sul cellulare, la fila che avanza come una becera processione di teleschiavi, il tabellone in fondo che appare come un miraggio del deserto – sì, ondulato ed evanescencente.

tabellone le cui scritte, per la mia vista da vecchio bacucco, sono ridotte a ingloriose strisce rosse lampeggianti – inutile chiedere al vicino di turno, la cui cacofonica risposta è:
ah, ma quelle sono scritte?

apre l’altra biglietteria.
così, all’improvviso: non fai neanche tempo ad accorgertene che orde di vichinghi incazzati come tirannosauri si avventano ad acquistare il loro sudato biglietto.

il nostro turno si avvicina – inesorabile – mentre le strisce rosse diventano inquietanti indicazioni per lo spettacolo.
20.3021.45
e sono le cinque.

il panico – è il primo spettacolo di un’anteprima, è venerdì pomeriggio, è uno splatter.
è una merda.

– ciao, ci sono ancora posti per captivity delle cinque?
– sì, c’è la sala vuota.

ah.

entriamo – una sala così grossa tutta per noi, che bello.
i venti minuti di pubblicità si avviano al termine, che bello.
c’è su il trailer de la terza madre di dario argento – che schifo.

si spengono le luci, ci abbarbichiamo l’uno all’altro.
comincia il film più grossolano della terra, dai tempi di vita smeralda.di jerry calà (dio, c’è pure il sito!).
che, più che captivity, il titolo migliore sarebbe stato dejà-vu – peccato che era già preso.

un’escalation di paccotiglia cinematografica già vista, che al confronto i teletubbies hanno una trama articolata.
una psicologia dei personaggi che ha molto da imparare anche da topolino.

dei colpi di scena da me personalmente compresi sei ore prima – e non sono proprio una cima ad afferrare le trame, la lau può confermare.

un numero considerevole di scene perfettamente inutili, senza capo nè coda, situazioni inspiegabili ai limiti del paranormale, o peggio – torture di cui non si comprende l’entità.
o forse quella che entrava da quel tubo non era acqua, ma acido trasparente – chissà.

dei vaghi tentativi di evitare che lo spettatore giochi all’impiccato con squallidi luoghi comuni – l’incesto, la violenza su animali, un bambino che uccide sua madre. cose così.

il tutto condito da una colonna sonora praticamente inesistente – e se esiste devo essermela persa.

e tutto finisce con la protagonista che gli spara nei coglionilui si rialza – gli spara al petto – lui si rialza – gli spara al cuore – lui non si rialza più.

con assenza totale di sorpresa, colpo di scena, finale drammatico, brividi postumi: finisce così, secco, tronfio.

non è per fare polemica,
ma eravamo soli in sala
.

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4 commenti to “non per fare polemica, ma eravamo soli in sala”

  1. allora sono di nuovo la ela con la sitty ke ankora ride..(e io ho le lacrime…)
    parte il post…minkia spettacolo…e poi arriva…eh gia…arriva…il fatto ke tu sia mezzo cieco come un 60enne con la cataratta era ormai consolidato…e noi giu a ridere x “inutile chiedere al vicino ke ti risponde -ah perkè quelle sono scritte??”…noi ridiamo x 2 min come matte….ma ora viene il bello…dopo dieci minuti di lettura frenetika la sitty dice”captivity…?…ma io l ho visto con ste……”
    …………………..dieci secondi in cui ci fissiamo………….e capiamo ki era il vicino cieco……
    non ho parole…ela(e sitty….e fortunatamente i suoi okkiali…)

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